di Francesco Carboni
La Chiesa cattolica in cammino. Dal 2ooo a oggi sono già più di cento in trentanove nazioni. Papa Giovanni Paolo II ammonì i cristiani a esser pronti ogni giorno alla “suprema testimonianza del sangue per la verità e la giustizia”, di fronte ai moderni Erode. Il “secolo breve”, segnato dai totalitarismi , ha lasciato dietro di sé una lunga scia di sangue cristiano. Ma anche il terzo millennio si apre nel segno del martirio. Oggi nei martirologi finiscono numerosi esponenti delle Chiese locali, a dimostrazione di un impegno” a favore della gente “sempre più marcato; non di rado sono i laici a morire, più vulnerabili del prete o del vescovo. In Colombia soltanto negli ultimi tre anni sono caduti un vescovo, vari preti, seminaristi e laici a motivo della loro testimonianza cristiana. Di recente, proprio in riferimento alla situazione latinoamericana, si è proposto di riformulare il concetto stesso di martirio alla luce di tante vicende personali di persone uccise non esplicitamente “in odium fidei” ma in nome dei valori evangelici della solidarietà, della giustizia e della pace. Dove invece l’avversione esplicita alla fede cristiana miete il numero maggiore di vittime è nei paesi a maggioranza musulmana. L’11 settembre e le guerre in Afganistan e Iraq hanno, in alcuni contesti, complicato ulteriormente le cose: l’estremismo religioso si è mescolato con un odio anti-occidentale che ha portato ad individuare nel cristiano un nemico ipso facto. Se il Pakistan è oggi uno degli scenari più problematici per i cristiani, tra le situazioni critiche va segnalata l’isola di Mindanao, nelle Filippine, dove la popolazione, contrariamente al resto del paese, è in maggioranza musulmana. Anche in Indonesia negli ultimi anni si sono registrate forti tensioni, specie nelle Molucche: a farne le spese sono stati in più occasioni i cristiani. In Medio Oriente, Chiese di antichissima tradizione (risalenti addirittura all’epoca apostolica) vivono oggi una difficilissima condizione, sottoposte come sono a pesantissime restrizioni della libertà e non di rado a violenze. La parola martirio è di tremenda attualità anche in Sudan. In Egitto, considerato “paese moderato”, non è certo un luogo dove ai cristiani sia permesso esercitare pienamente il loro diritto alla libertà religiosa. I cristiani sono di fatto cittadini di serie B e la conferma sta nel fatto che qualche mese fà sono state arrestate delle persone semplicemente colpevoli di essersi convertite al cristianesimo. Non c’è, tuttavia, solo l’estremismo musulmano a colpire le Chiese. Quello di marca induista non è meno pericoloso e devastante. Negli ultimi anni in India si è verificato uno stillicidio di uccisioni a danno di figure rappresentative della Chiesa cattolica, per mano di elementi in qualche modo legati alle formazioni politiche e militari che propugnano l’ideologia dell’hindutva, secondo cui identità nazionale e religiosa fanno un tutt’uno. In base a questa dottrina, l’indiano che si converte al cristianesimo o all’islam va considerato un elemento deviante e per questo va reciso dal corpo delle nazione, a meno che si riconverta. Un’ondata di violento fondamentalismo religioso ha investito di recente il paese e i cattolici ne hanno fatto le spese in più occasioni. Nei paesi comunisti le condizioni di vita per i cristiani permangono difficili, talora drammatiche. In Cina, ad onta dei proclami ufficiali, la libertà religiosa continua ad essere un concetto aleatorio e si susseguono arresti e detenzioni arbitrarie di vescovi, preti e laici, cattolici e protestanti, che si rifiutano di sottostare al partito comunista. In Vietnam ci sono segni di miglioramento, ma l’ufficio per gli affari religiosi mantiene il suo stretto controllo su seminari e nomine episcopali, nonché di fatto sull’esercizio del culto. Per quanto riguarda Laos e Corea del Nord vi è un quadro decisamente allarmante. A Cuba la situazione è migliore rispetto al passato. Quella cubana rimane comunque una società nella quale la cappa del regime comunista mantiene il controllo rigido su tutte le espressioni culturali, religiose e politiche che in qualche modo vengono avvertite come potenzialmente ostili al potere. Dei trentanove paesi teatro di massacri di cristiani negli ultimi quattro anni, quasi la metà si trovano nel martoriato continente africano. Non è un caso. L’Africa delle mille guerre dimenticate, della violenza endemica, della povertà che genera violenza chiede alla Chiesa una testimonianza particolarmente esigente. In molti paesi sacerdoti, religiose e laici hanno perso la vita per la semplice ragione che non hanno abbandonato la loro comunità nell’ora della guerra, pur sapendo benissimo a cosa andavano incontro. Come dimenticare, a dieci anni di distanza, l’enorme tragedia del Ruanda dove oltre duecento fra preti, suore, vescovi, seminaristi e laici pagarono con la vita il loro rifiuto di adeguarsi alla logica del genocidio. Può forse sorprendere, ma da un esame delle circostanze in cui sono stati uccisi missionari e personale ecclesiastico locale negli ultimi anni emerge un dato all’apparenza sconcertante. Si tratta spesso di morti casuali, di omicidi dettati da motivazioni banali quali la rapina o il furto. A volte il coinvolgimento diretto con la vita della gente porta a morti che apparentemente non hanno nulla di eroico. In tutti questi casi è chiaro che la definizione di martire “in odium fidei” non regge. Ma come non chiamare martirio quello di chi rimane e resiste in contesti potenzialmente pericolosissimi, pur di annunciare il Vangelo e testimoniare la carità cristiana? Scorrendo la lista dei paesi teatro di massacri, si scopre una varietà di situazioni che fanno il paio con le diverse modalità di presenza e testimonianza che ogni Chiesa locale offre. Anche qui siamo in presenza di una forma di globalizzazione: l’evangelizzazione non è più patrimonio esclusivo degli istituti missionari, ora le Chiese locali danno prova di un nuovo protagonismo. Stando ai dati del 2003, su 29 martiri sono ben 22 i seminaristi, laici e laiche del posto che hanno pagato col sangue la loro fedeltà al Vangelo. Di molti non sappiamo il nome e nessuno aprirà cause di beatificazione. Eppure i cristiani del nord del mondo, meno inclini al martirio, dovrebbero guardare a costoro come a modelli. Silenziosi, ma modelli.