Ciarula, scultore artigiano
di Sarah Romagnoli
Se passeggiando per le stradine intorno a Piazza Università facciamo un po’ di attenzione a quello che ci circonda noteremo che nell’ombra dei laboratori artigiani ci sono ancora meraviglie da scoprire. Ed è proprio un senso di meraviglia quello che ci assale quando Gavino Ciarula ci riceve nel suo atelier.
Una allegra confusione di antiche sedie Castillane, scrivanie e segatura circonda un cavalletto coperto da un drappo nero.Non c’è contrasto tra questi due elementi, nella poetica artistica di Gavino, fatta di tradizione e contemporaneità, di ricerca e apprendistato.
Artigiano o artista?
Categorie forse troppo assolute per qualcuno che fluidamente riesce a passare tra una e l’altra fuggendo ad ogni tentativo di classificazione. E’ da questa voglia di libertà e liberazione che nasce il suo lato più strettamente «creativo». Quando gli chiediamo come ha iniziato sorride e ci descrive se stesso come una sorta di «spugna».
Dopo aver passato anni ad ascoltare il mondo e ad accumulare storie il bisogno di rielabolarle si è sfogato sul legno, che è diventato materia e mezzo letterario per scrivere se stesso e gli altri.
Figure, parole, sensazioni è ciò che troviamo scolpito nelle venature di queste tavole. Parole in senso stretto, nella lingua della sua terra. «Su benutu est buliende» recita un lavoro dal titolo inequivocabile: «Rabbia». Rimaniamo incantati davanti al suo ultimo quadro, «Beslan».
Ci vuole coraggio a raccontare il dolore e la morte di 186 bambini, e molta maestria a farlo con toni forti e commoventi, con cordoglio e speranza. Non è raro che Gavino si occupi di temi radicati nel sociale, che ci dimostri che l’arte vive ed esprime la realtà in cui nasce. Olocausto, collaborazioni con i detenuti (è suo il Candeliere di San Sebastiano), formazione professionale nei campi Rom sono solo alcuni dei passi del suo sentiero realizzativo.
Una strada lunga e piena di soddisfazioni, tra cui quella grandissima di aver coinvolto i bambini di un quartiere «a rischio» come il Centro Storico in un pomeriggio di giochi creativi, quelli che noi chiamiamo «I giochi d’una volta».
Una mostra ci illusterà tutto questo percorso, ad ottobre nei locali del Palazzo Ducale. Ma Gavino è anche, profondamente «Uomo di bottega», interprete magistrale dei classici temi decorativi sardi, eccelso restauratore (citiamo ad esempio la Madonna Assunta della Chiesa di Santa Maria di Betlem)e branissimo falegname. è grazie ad arti-giani come lui che la tradizione può dirsi veramente viva. Ed è grazie a persone come lui che ci rendiamo conto che «riprendersi» il Centro Storico è possibile, che i quartieri problematici posso diventare scenario di una valorizzazione delle risorse locali oltre che dei soliti fattacci di cronaca.
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