lunedì 22 settembre 2008

Cristiani massacrati

di Francesco Carboni

L’India del Mahatma Gandhi, della tolleranza e della democrazia è scivolata nella vergogna. La vergogna è che i cristiani dell’India, una forza importante per lo sviluppo sociale ed economico del Paese, vengono massacrati, mentre governi mondiali e associazioni umanitarie tacciono. Il pogrom contro i cristiani si è scatenato dal 23 agosto in poi nello stato dell’Orissa. Il bilancio è gravissimo e destinato a crescere: decine di morti, almeno 52 chiese (fra cattoliche e protestanti) distrutte, centinaia di case danneggiate, quattro conventi, cinque fra ostelli e alloggi per giovani, sei istituti cattolici dediti al volontariato e al sociale devastati, centinaia di auto e altri oggetti personali incendiati. Ancora oggi migliaia di cristiani, fuggiti al massacro, vivono nelle foreste vicine, nel terrore, senza abiti, nè cibo. L’Orissa, uno stato del nord-est indiano, non è nuovo a queste ondate di persecuzione. Lo scorso dicembre, alla vigilia di natale, a spingere le folle indù contro i cristiani vi era Swami Laxmanananda Saraswati, uno dei capi del Vhp. Quest’ultimo sussulto di persecuzione è avvenuto proprio dopo la morte dello Swami ad opera di un gruppo terrorista maoista la sera del 23 agosto. Sebbene anche alla polizia fossero chiari gli autori dell’assassinio dello Swami, alcuni capi del Vhp hanno subito dato la colpa ai cristiani e durante le cerimonie funebri del guru migliaia di radicali indù hanno dato inizio al pogrom col grido "uccidete i cristiani, distruggete le loro istituzioni". L’accanirsi contro persone e strutture serve ad eliminare la missione dei cristiani. Tribali - spesso utilizzati come schiavi per i lavori agricoli - e Dalit, gli emarginati dalle caste, vedono nel cristianesimo una strada per migliorare la loro condizione sociale e umana, nella speranza di vedere affermati i loro diritti, trovare finalmente una dignità al loro essere uomini. Nell’opporsi all’impegno dei cristiani, i fondamentalisti indù si oppongono anche all’induismo di Gandhi, che voleva per l’India un Paese laico, aperto a tutte le religioni, l’eliminazione delle caste e la dignità dei Dalit, da lui definiti "figli di Dio". Il Vhp, nel suo nazionalismo esclusivo, molto vicino al nazismo, vuole invece eliminare dall’India cristiani, musulmani e parsi. Insomma: distruggere la storia dell’India, da sempre luogo d’incontro e di integrazione fra culture e religioni. Oltre alla "vergogna" dell’India, vi è anche una "vergogna" per l'Europa e per il mondo. Solo il ministro degli esteri italiano Franco Frattini ha fatto sentire la sua voce. Ma nessun altro governo ha osato dire qualcosa su massacri dell’Orissa, chiedendone la fine. Molte associazioni (spesso pronte a difendere gruppi, minoranze e specie in estinzione), o impegnati pacifisti hanno preferito tacere e anzi sospettare che dietro le accuse di proselitismo fatte dai radicali indù ci sia una qualche verità. Nel loro memorandum i cattolici indiani chiedono che il controllo del distretto di Kandhamal sia tolto alle autorità dell’Orissa, dimostratesi già due volte incapaci di fermare i fondamentalisti, e sia affidato all’esercito indiano. Inoltre chiedono che sia garantita assistenza e riabilitazione immediata ai profughi costretti ad abbandonare le loro case e l’istituzione di tribunali che seguano procedimenti accellerati per giudicare i colpevoli delle violenze. L’appello è stato inviato al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ai Presidenti di Camera e Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani, al ministero degli esteri. Sono stati i primi firmatari del documento dell’intergruppo per la sussidiarietà "per la fine della furia anticristiana in India", lanciato di recente al Meeting di Rimini dai parlamentari Vannino Chiti, Maurizio Lupi, Ermete Realacci, Maurizio Gasparri e Ugo Sposetti. Importante anche il fatto che il 10 settembre 2008 a Roma vi sia stata una fiaccolata per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema e a detta degli organizzatori questo è il primo passo per tenere i riflettori puntati sulla situazione nell’Orissa. Insomma, qualcosa si muove. Ma non basta.

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