di Francesco Carboni
Non molti sardi sanno che nelle acque di Capo Comino vi è un relitto di un aereo da caccia americano Corsair della Seconda guerra mondiale, il quale sta spargendo i veleni contenuti nel suo armamento, nella acque circostanti. Sono navi e aerei delle due guerre mondiali, che a causa dell’erosione liberano sostanze capaci di inquinare l’ecosistema.
In particolare nel Mediterraneo, sono sorgente d’inquinamento, soprattutto i relitti di navi colate a picco durante il conflitto mondiale 1940–1945. Portaerei, corazzate, incrociatori, diversi sommergibili, navi da carico e petroliere con rifornimenti per le zone di guerra vennero affondate dai belligeranti e giacciono sul fondo da oltre sessant’anni.
La ruggine, la forza delle correnti, provocano cedimenti alle strutture, così che il carburante e le munizioni possono rilasciare sostanze chimiche; e alcuni relitti della Prima guerra mondiale anche gas nervini, contaminando l’habitat marino.
Nelle isole Tremiti, un isolotto esterno all’arcipelago fu l’obiettivo di esercitazioni militari aeree e navali, per non dimenticare l’isola di Pianosa, dove più recentemente sono state sganciate bombe dagli aerei di ritorno dai voli su Serbia a Kosovo nella guerra contro Slobodan Milosevic.
Lo studio Deepp (Development of European guidelines for potentially shipwrecks) ha individuato
le linee guida rispetto a questo problema. Occorre in pratica capire, quali carichi siano dannosi o se lo stanno per diventare. Per i relitti costieri lo studio si presenta meno difficile.
La maggioranza dei relitti giace a grandi profondità. Si intercettano, grazie alla pesca a strascico, inseguendo il gambero rosso questa flotta cala le reti sino alla profondità di più di mille metri.
Le reti s’impigliano nei relitti e restano incastrate. La conoscenza avviene anche attraverso rilievi geologici o vulcanologici, oppure dalla ricerca di idrocarburi e manganese.
In particolare, le navi militari affondate decomponendosi rilasciano vernici, che contengono sostanze pericolose, come piombo, stagno, oli, carburanti, nichel, rame e amianto.
A questi, si aggiungono i veleni delle armi. L’insieme, apporta gravi effetti sulla fauna stanziale che vive nei relitti, assorbendo molte di quelle sostanze che entrano nella catena alimentare. Gli scienziati ipotizzano una rimozione, o una messa in sicurezza degli stessi relitti, il che per il momento sembra impossibile. Occorre effettuare quindi un monitoraggio e una la più completa possibile. Un progetto che alcuni naturalisti stanno portando avanti è quello finanziato dal ministero dell’Ambiente. Attraverso il quale si intende pescare sui relitti già noti, esemplari di pesci, per poi analizzarli per verificare il livello di contaminazione, attraverso analisi chimiche sui tessuti, soprattutto del fegato, l’organo che ne accumula di più. Se dovessero venire rilevati elementi contaminanti, le autorità potrebbero interdire la pesca nella zona dove giace un relitto pericoloso e tentare così di evitare che sostanze nocive o velenose giungano sulle nostre tavole. Il problema riguarda tutti i mari che furono teatri di guerra. Nel 1944 nell’atollo di Truk, nel Pacifico meridionale, una flotta giapponese con decine di navi era pronta a salpare per una grande operazione di sbarco in Australia. Gli alleati lo seppero, e fu distrutta quasi interamente con un attacco aeronavale che colò a picco 60 navi e 300 aerei. Dopo trent’anni, chi visitò quella laguna la definì (il più grande laboratorio marino per studiare la vita del mare tropicale). Sulle carcasse fù un fiorire di coralli, gorgonie, attinie e altre forme di vita. Oggi, trascorsi altri trent’anni, il (più grande laboratorio marino per studiare la vita) si è trasformato in un fenomeno di morte. Infatti, la decomposizione di quelle 60 navi e dei 300 aerei ha lentamente immesso quantità sempre maggiori di veleni chimici nelle acque della laguna. Un disastro per gli abitanti di Truk, non solo per la loro ricca industria della pesca ma anche per la crisi provocata dal pericolo di malattie e dai primi decessi nella popolazione locale. E’ una minaccia al fiorente turismo che era stato alimentato proprio dai relitti. Prima esaltati e oggi maledetti.