di Francesco Carboni
Nello scorso mese di luglio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso una sentenza storica: ha stabilito il diritto di ogni cittadino a possedere armi da fuoco. Ha così interpretato con chiarezza il secondo emendamento della Costituzione americana, bollando una legge promulgata nel 1976 nel distretto di Columbia, che proibiva il possesso di pistole e fucili non registrati regolarmente. Prima di questa sentenza, la posizione della Corte Suprema era poco chiara. Un atteggiamento favorito, tra l’altro, dall’ambiguità del secondo emendamento: “Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, non si potrà violare il diritto dei cittadini di possedere e portare armi”. Gli studiosi di diritto discutono da tempo se con queste parole i fondatori degli Stati Uniti si riferissero a un diritto collettivo – la milizia, appunto – o a un diritto individuale di tenere armi. Al di là delle interpretazioni legali, su una popolazione di circa 300 milioni di persone, ci sono oltre 220 milioni di armi tra fucili, pistole e mitra. E i morti legati a un conflitto a fuoco sono circa 30.000 ogni anno, tra omicidi, suicidi, uccisi per errore o per “legittima difesa”. Negli Stati del Sud e dell’Ovest, più rurali, vige ancora la mentalità del cowboy, del singolo che si fa giustizia da sé: le armi sono molto diffuse e servono, sostiene chi le possiede, a proteggersi dai delinquenti. Diversa la situazione sulla East e sulla West Coast e nel Nordest, dove le istituzioni sono tendenzialmente favorevoli a proibire il possesso individuale (soprattutto nelle grandi città). E’ il classico caso in cui una minoranza molto motivata vince contro una maggioranza poco determinata. Per i membri della National Rifle Association (N.R.A.), la principale lobby per il diritto alle armi, è una questione di vita e morte. Non importa se attualmente negli Stati Uniti circolino liberamente più pistole che automobili.
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