giovedì 23 ottobre 2008

Giustizia internazionale e crimini di guerra

di Francesco Carboni

A Belgrado è stato catturato Radovan Karadzic, uno degli ultimi latitanti fra i criminali di guerra della ex Jugoslavia. L’ex presidente dell’autoproclamata Repubblica Srpska serbo Bosniaca, il 9 gennaio 1992 (enclave serba in territorio bosniaco con capitale Pale) è stato arrestato a metà luglio, dopo 13 anni di latitanza, dalle forze di sicurezza della Serbia. E’ accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, assieme al generale Ratko Mladic, comandante dell’esercito serbo – bosniaco, il quale pianificò la pulizia etnica in Bosnia – Erzegovina.
Fu definito “il macellaio di Srebreniza”, è ancora latitante, pare si nasconda in Serbia.
Il tribunale internazionale sui crimini nell’ex Yugoslavia dell’Aia ha ospitato anche Slobodan Milosevic, l’ex zar di Belgrado morto d’infarto in cella, e l’ideologo della grande Serbia Voijslav Seselj. Ma per processarli ed eventualmente condannarli in via definitiva i tempi sono stretti, in quanto il mandato del tribunale per l’ex Jugoslavia scadrà nel 2011.
Nella dichiarazioni rese in vita da Milosevic e attualmente da Karadzic, entrambi hanno sostenuto che all’interno degli accordi di Dayton per porre fine alla guerra nei Balcani fosse stata assicurata l’immunità da parte della delegazione americana.
Potrebbe essere una tecnica per scaricarsi delle responsabilità oppure c’è del vero in queste affermazioni? Aspettiamo il processo, che sarà equo, sostiene Antonio Cassese ex presidente del tribunale sui crimini nell’ex Jugoslavia.
Intanto, il tribunale il 3 aprile ha assolto dalle accuse di crimini di guerra l’ex premier kosovaro Ramush Haradinaj, già comandante dell’Uck, l’esercito guerrigliero di liberazione del Kosovo. E’ strano che i testimoni chiave del processo siano morti misteriosamente. Secondo Antonio Cassese le indagini svolte su Haradinaj da Carla del Ponte furono fatte con i piedi.
I giudici hanno sostenuto che le prove contro di lui non reggevano e in quel caso hanno dovuto assolvere l’accusato. C’erano intimidazioni e reticenze e una grande pressione politica contro quel processo, che convergeva con l’indipendenza del Kosovo. Purtroppo troppo spesso la giustizia soccombe ad altre esigenze. C’è poi un altro problema: questi tribunali non hanno una propria polizia e per gli arresti devono affidarsi all’Onu o agli stati membri.
Anche il generale croato Mladere Markac deve attendere il processo per crimini di guerra ed è agli arresti domiciliari a Zagabria.
Sul fronte africano, il procuratore capo Luis Moreno Ocampo della Corte penale internazionale, il 14 luglio ha chiesto l’arresto del Presidente del Sudan Omar hassan al – Bashir accusato del genocidio in Darfur, la regione del Sudan occidentale dove in 5 anni sono state uccise 300 mila persone. Per l’accusa, Bashir, non ha avuto bisogno di proiettili. Ha usato altre armi: stupri, fame e paura. Silenziose ed efficaci. Probabilmente il presidente sudanese non finirà mai dietro le sbarre.
Il missionario del Misna (Missionary International Service News Agency), Giulio Albanese sostiene che sia illusorio pensare che Khartoum consegni alla giustizia internazionale la massima autorità del paese. La Corte penale internazionale aveva già spiccato due mandati di cattura per la pulizia etnica in Darfur. Il primo per l’ex ministro dell’interno Ahmed Harun, con l’accusa di aver pianificato la strategia del terrore verso i civili delle tribù avverse al governo. Khartum l’ha nominato responsabile del dicastero degli affari umanitari.
Per quanto riguarda l’ordine di arresto per Ali Kosheib, capo delle milizie Janjaweed che saccheggiavano villagi, stupravano donne e uccidevano bambini, è stato incarcerato e rilasciato per insufficienza di prove. Altro paradosso: la missione Onu in Darfur è comandata da un generale ruandese accusato di crimini di guerra, Karenzi Karake.
La Corte penale internazionale è nata nel 1998, è riconosciuta da 106 stati, ma non da grandi potenze come gli Stati Uniti. Fino a oggi non è riuscita a processare un solo criminale. Per quanto riguarda il tribunale Onu di Arusha, istituito nel 1995, ha processato solo 30 persone per il massacro di 800 mila Tutsi da parte degli squadroni della morte Hutu. E’ costato 100 milioni di dollari di Budget annuale e 800 dipendenti, verrà chiuso a fine 2008.
Unica storia di successo, è il tribunale speciale per la Sierra Leone che sta processando l’ex presidente liberiano Charles Taylor.
Purtroppo la Corte straordinaria per i crimini dei Khmer Rossi in Cambogia è arrivata troppo tardi.
E’ stato arrestato Kaing Guek Eav, l’ex torturatore dei Khmer Rossi che fra il 1975 e il 1979 massacrarono 2 milioni di persone. L’ideatore del genocidio fu Pol Pot, leader dei Khmer Rossi: morto, stroncato da un infarto. Quanto al macellaio Ta Mok, è deceduto dietro le sbarre nel 2006. E gli altri imputati hanno fra i 70 e gli 80 anni.
Passiamo al Medio Oriente. In Libano l’indagine sull’omicidio dell’ex premier Rafik Hariri, che chiama in causa la Siria, è andata avanti fra polemiche, minacce e rischi di guerra civile.
Asia: ora il governo pachistano ha ottenuto dall’Onu un’inchiesta internazionale sull’attentato all’ex premier Benezir Bhutto, che potrebbe destabilizzare ancora di più il paese.
Ecco perché fra tante ombre l’arresto di Karadzic fa ben sperare.
La credibilità della giustizia internazionale giusta ne ha veramente bisogno.

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